

Il viaggio intrapreso ci porta a peregrinare ancora lungo le linee tracciate da quei centri concentrici che disegnano l’Asia. Sembra ormai retorico ribadire quanta diversità ci sia entro dei confini così vasti, eppure, continuando a camminare lungo il percorso intrapreso, è inevitabile sorprendersi di quante Storie tra loro diverse siano inestricabilmente intrecciate. L’Asia Centrale è la prossima tappa di un viaggio che, data la complessità della regione, ci permetterà solo di sbirciare tra le moltitudini di realtà di cui è costituita, senza tuttavia lasciarci sfuggire l’occasione di scovare qualche peculiarità alla ricerca del cambiamento che ha dato vita a questo viaggio.
Potremmo geograficamente riferirci all’Asia Centrale come la regione degli “stan”. Gli Stan hanno diverse cose in comune, oltre al suffisso: la fortuna di essere ricchi per esempio, una ricchezza di risorse naturali posta lì, nel bel mezzo dell’Eurasia, tra Oriente e Occidente, centro nevralgico della Via della Seta ottocentesca nonché della “Nuova” Via della Seta; alcuni di essi hanno in comune inoltre l’essere stati Repubbliche Socialiste Sovietiche ed hanno anche in comune una successiva instabilità politica che, da tempo, tiene viva l’attenzione delle note Grandi Potenze mondiali, le quali hanno imbastito sin dall’Ottocento il cosiddetto “Grande Gioco”, espressione che, politicamente, non indica nulla di ludico.
Osservata con una lente di ingrandimento, tuttavia, la regione svela molte delle sue curiose diversità, prima fra tutte, derivante dallo stesso suffisso “stan”. Infatti, Stan è una parola che deriverebbe dal sanscrito e che significherebbe “terra”, “territorio”, “casa”; semanticamente indica dunque la terra di appartenenza di Uzbeki, Afghani, Turkmeni (a loro volta, ognuno di questi nomi ha un suo significato più o meno evocativo) e via via di tutte le popolazioni che abitano quei territori, ognuna con una propria Storia e una propria identità. Inoltre, gli Stan sono solo una parte dei Paesi che compongono la regione i cui confini non possono essere definiti così semplicisticamente. Ne consegue che sia lo sviluppo sia la cooperazione, non solo tra la regione ed i suoi vicini, ma anche tra i Paesi dell’Asia Centrale stessa, non possono essere classificati in maniera uniforme e determinata.
Un primo indizio di questa intuizione potrebbe derivare dalla lettura del programma promosso dal United Nation Regional Center for Preventive Diplomacy for Central Asia i cui cinque obiettivi per il 2025 aspirano a creare un equilibrio tra le diplomazie governative dei Paesi della regione, promuovendone non solo una cooperazione istituzionalizzata tra gli interessati e tra questi e l’Afghanistan, ma anche un rafforzamento in termini di collaborazione onusiana (quindi della comunità internazionale tutta) al fine di prevenire e mitigare i conflitti esistenti o latenti.
I Paesi dell’Asia Centrale sono tra quelli che hanno iniziato il proprio percorso verso il cambiamento con gli MDG, con un tempismo storico coincidente ad un boom economico della regione e quindi a suo riconosciuto beneficio. Con gli SDG, la multidimensionalità e l’impatto del cambiamento da realizzare hanno inevitabilmente ridimensionato la portata dei risultati sino ad allora raggiunti, moltiplicando le urgenti priorità in tutti i Paesi della (sub)regione.
E se da un lato le pressioni “interne” dettano e scandiscono il tempo che corre verso il 2030, dall’altro i vicini che orbitano intorno la regione pare abbiano cominciato ad intavolare il “Nuovo” Grande Gioco di una partita lasciata in sospeso per qualche tempo. I giocatori al tavolo sono però molto più numerosi attualmente ed anche i profili sono profondamente diversi. Se nell’Ottocento, la partita si giocava sul piano di conquiste territoriali a scopi di espansioni di mercato, la “Nuova” Via della Seta, quella del decennio verso lo sviluppo sostenibile per tutti, dovrebbe avere come posta in gioco anche una dimensione olistica della cooperazione che si intende costruire, coadiuvando i propositi di equilibrio (interni) e di collaborazione (anche con l’esterno). Difficile è indubbiamente proporre un’(unica) interpretazione di un contesto così complesso, tanto più se si cerca di districare i cerchi concentrici eurasiatici senza guardarci “attraverso”.
Una leggenda anche in questo caso può aiutarci ad aprire la mente a qualche interpretazione personale, una leggenda sul destino beffardo, ambientata proprio in queste “terre di”.
La leggenda narra che, nei remoti tempi del regno di Salomone, il sovrano incontrò per caso l’Angelo della Morte in preda ad un pianto disperato. Il Re, domandando la causa di simile tristezza, scoprì che l’Angelo doveva portar via i migliori scriba del regno, così, senza indugiare, diede loro ordine di fuggire subito a Samarcanda, la “città del sogno turchese”, per sfuggire alla Morte. Qualche giorno dopo Salomone incontra l’Angelo, questa volta sollevato e sorridente. “Perché ridi? Sono riuscito ad ingannarti!” disse il Re; “Rido perché quei due scriba erano nel posto sbagliato quando sono arrivato a prenderli, ma tu hai risolto il mio problema; era previsto che li portassi con me quel giorno da Samarcanda e il tuo ordine ha fatto sì che il loro destino si realizzasse!”.
Forse, il cambiamento che fino ad ora è stato o continua ad essere spinto non può prescindere anche in questo caso dal non tener conto del fatto che non si agisce indipendentemente e a priori dal circostante e che ogni forzatura può condizionare “ironicamente” le sorti di tutti i coinvolti.