

La recessione economica mondiale scatenata dalla crisi pandemica non ha creato danni permanenti all’economia dei Paesi secondo l’ultimo rapporto Istat del 7 aprile 2022 sulla competitività dei settori produttivi. Il rapporto evidenzia un veloce recupero tra le principali economie mondiali, in particolare in Cina (+8,1%), Stati Uniti (+5,7%) e Unione europea (+5,2%). Fondamentali nella ripresa economica sono stati i consumi interni, gli investimenti e la quota di esportazioni, dove le grandi multinazionali hanno avuto una maggiore influenza nel commercio estero. La crisi economica non ha risparmiato il mercato europeo delle auto che ha invece registrato i più bassi volumi di immatricolazioni da almeno 22 anni, in calo dello – 25,5% sul 2019. Nel gennaio 2022 gli indicatori congiunturali indicano una situazione positiva nel settore industriale. Tuttavia, in questa fase di instabilità internazionale sono intervenuti i nuovi problemi geopolitici associati alla crisi della guerra in Ucraina, i quali potrebbero avere forti effetti destabilizzanti sull’economia mondiale.
Prima della crisi legata alla pandemia da COVID-19, l’Italia stava attraversando un periodo di instabilità economica e le conseguenze della pandemia sono state ancora più pesanti per il sistema produttivo nazionale. Tuttavia, la crisi economica non sembra aver minato la competitività nei confronti delle principali economie europee, l’Italia ha infatti avuto una ripresa notevole recuperando quasi totalmente il volume del PIL rispetto al periodo pre-crisi, grazie in particolare al robusto aumento degli investimenti. Nel corso del 2021 la crescita italiana (con PIL +6,6%) è stata sostenuta soprattutto da un forte aumento del mercato interno dove la ripresa ha coinvolto i settori produttivi come quello manifatturiero, il settore delle costruzioni e il settore dei servizi. I più impattanti sono i settori di ricerca e sviluppo e di informatica. Anche la quota delle esportazioni pari al 18,2% è ben superiore alla media europea. L’obiettivo nazionale è la crescita non solo del PIL ma una trasformazione dell’intero sistema produttivo italiano che deve indurre a un aumento del PIL nel lungo periodo.
La sostenibilità intesa come benessere ambientale, sociale ed economico implica una crescita costante nel tempo. Secondo i dati dell’Istat del 2018, in Italia il 66,6% delle imprese integra azioni di sostenibilità ambientale nel processo produttivo; il 68,9% delle imprese si impegna ad attuare maggiori misure di benessere dei propri dipendenti e il 64,8% ha adottato migliori sistemi di sicurezza all’interno delle imprese. La sostenibilità aziendale è maggiore nelle imprese di grandi dimensioni, infatti si stimano valori di oltre 10-20 punti percentuali superiori alla media nazionale in tutti i settori. Esse presentano anche maggiore attenzione ad attività legate alla sicurezza sul lavoro. Le micro imprese (3-9 addetti) sono più orientate verso un miglioramento del benessere dei propri dipendenti. Invece se teniamo conto della ripartizione geografica emerge che sono in particolare le imprese del Mezzogiorno di piccola e media dimensione ad adottare misure volte alla riduzione dell’impatto ambientale. La sostenibilità aziendale potrebbe essere quella nuova trasformazione di cui il sistema produttivo italiano ha bisogno? Non è possibile dare una risposta statisticamente misurabile nel breve periodo ma si può affermare che la sostenibilità è finalizzata alla crescita del valore dell’azienda, perché migliorando l’immagine verso clienti e fornitori aumenta anche la competitività aziendale. A questo punto, se si tiene conto del rapporto tra competitività e sostenibilità si può concludere che quest’ultima aumenta la produttività per addetto, perché il valore aggiunto prodotto da ogni lavoratore aumenta la competitività. Inoltre, gli investimenti sulla sostenibilità legati al PNRR (secondo il rapporto Istat del 2022), forniranno nei mesi successivi una maggiore ripresa nei settori produttivi.
Giulia Manca